Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Ippocrate a Macate – Medici nella Sierra andina

Guido e Liborio, medici italiani,
Carlo e Sandro, sacerdoti
(anch’essi italiani), e un’umanità dolente
di contadini peruviani. La storia raccontata risale a qualche anno fa (Fujimori era ancora un illustre sconosciuto), ma è quanto mai attuale.

«Affermo con giuramento, per Apollo medico ed Esculapio, per Igea e Panacea e ne siano testimoni tutti gli dei e le dee, che per quanto me lo consentiranno le forze e il mio pensiero, adempirò questo mio dovere (…) senza mai trasgredirlo (…)». Medico sempre: in ogni posto, in ogni paese, in ogni momento.
Sinceramente non avevo mai compreso il vero significato di questo giuramento che unisce i medici di tutto il mondo e di ogni tempo. Quel viaggio a Macate fu per me un momento di svolta. Medico sempre. Per Apollo, Esculapio, Igea e Panacea…
Avevamo conosciuto Carlos a Nana in uno di quei raduni dove è meglio non andare mai. Quando infatti si riunisce un gruppo di italiani all’estero, anche se delle più diverse provenienze, si passa il tempo a cantare insieme e, se si comincia sempre con «Quel mazzolin di fiori», stai sicuro che si termina con Battisti intorno ad un piatto di spaghetti e venerando un pezzo di Parmigiano che qualcuno ha ricevuto dall’immancabile madre.
In quell’occasione, Carlos, prete napoletano e rivoluzionario, poeta e suonatore di sassofono, ci aveva invitato a visitarlo nel suo paesino dell’Ancash, in quella parte del Perù che poeticamente definiva «la Cordillera Negra que mira hacia el mar (la cordigliera nera che guarda verso il mare)».
FINALMENTE IN VACANZA!
Partii assieme a Liborio, amico e collega, con il maggiolino color sabbia, un paio di borse ed una cartina del Perù. Le istruzioni erano semplici: prendere la Panamericana Norte, seguire l’Oceano Pacifico per 500 chilometri fino a Chimbote, proseguire poi fino a Santa dove padre Sandro ci avrebbe ospitato per la notte. Lasciata quindi la strada asfaltata, proseguire lungo il corso del Rio Santa fino al posto di controllo di Sciacsia; di lì, salire la valle di Macate fino al paese a 3.000 metri di altezza sotto il monte Tres Cruces.
Le ore, correndo lungo l’Oceano Pacifico, passavano rapidamente attraverso deserti rossicci, con striature verdi e, in alcuni punti, dune di sabbia che, spinte dal vento, coprivano in parte la striscia d’asfalto.
«Finalmente in vacanza» disse Liborio.
«Speriamo che Carlos non se ne approfitti» gli ribattei.
«In che senso?».
«Mi preoccupa il fatto che ci abbia raccomandato di portare lo stetoscopio e qualche medicina».
L’odore tremendo di pesce e le prime baracche ci annunciavano l’arrivo a Chimbote: «Liborio, ricordi quella poesia di Carlos. Come faceva?».
«Olìa a pescado podrido, Chimbote, aquél dìa (1)».
«Che puzza!».
«Sono le fabbriche di farina di pesce».
«Fermiamoci direttamente a Santa, sei d’accordo? Qui io certo non resisterei».
A Santa ci aspettava padre Sandro. Lo trovammo con donne e bambini del locale Club de Madres. Parassitosi, bronchiti ed un paio di casi lievi di denutrizione e poi a dormire, pronti per l’avventura sulle Ande del giorno dopo.
Cachangas con huevos fritos (2) e caffè per colazione la mattina e poi di nuovo sul maggiolino per affrontare i temibili 120 chilometri di strada sterrata. Felici della vacanza alla scoperta delle Ande, alzando nuvole di polvere correvamo immaginando di partecipare a chissà quale rally. Le montagne nude e polverose si andavano stringendo intorno alla valle del Santa, campi di mais si susseguivano a zone pietrose.
D’improvviso, un urlo di Liborio: «Attento alla scaffa!».
«Cosa dici? che è la scaffa?».
Una buca nascosta della strada mi fece capire immediatamente il significato di questa parola proveniente direttamente da Agrigento attraverso l’agitazione di Liborio. Il cerchione ammaccato e la gomma bucata ci aiutarono a riflettere sui nostri rispettivi dialetti. Poco dopo cominciammo a trovare un po’ d’acqua sulla strada: «Speriamo bene – dissi -. Dovremmo essere alla fine della stagione delle piogge».
«Porca miseria – esclamò Liborio -, guarda laggiù! La strada è inondata. Fermati, Guido!».
Mi fermai e spensi il motore. Scendemmo per capire meglio l’entità del problema.
«Saranno 50 metri di strada allagata».
«Forse anche di più – ribattei -. Che facciamo?».
Ci sedemmo sconsolati sul margine della strada, accendendo una sigaretta e guardando la campagna deserta, le montagne intorno, il cielo terso. Silenzio. Solitudine.
«È finita la vacanza».
«Tante ore di macchina per fermarci ai piedi delle Ande».
Intrepido, Liborio si alzò in piedi, si tolse scarpe, calze e pantaloni, spense la sigaretta e disse con tono deciso: «Ci penso io!».
«Bah!» commentai scettico e lo lasciai fare.
Entrò nell’acqua e cominciò a camminare su e giù commentando quello che i piedi gli comunicavano: «Qui c’è troppo fango, sul lato sinistro invece va meglio. Il fondo è ghiaioso, ma l’acqua arriva alla coscia. Se ci mettiamo al centro e poi deviamo a destra… sì, in questo modo, ce la dovremmo fare».
Nel frattempo arrivò un vecchio camion, carico di mercanzie e campesinos, che agevolmente guadò la strada allagata. Lo fermai e chiesi all’autista: «Compare, secondo lei ce la facciamo a passare?».
Questi, con la faccia di uno che si chiede «che ci staranno a fare in questo posto sperduto due gringos, uno dei quali anche in mutande?», mi rispose: «Si Dios quiere?! (Se Dio vuole)» e se ne andò.
Liborio, intanto, toò indietro, convinto di potercela fare. Me ne convinsi anch’io. Ma, per maggior sicurezza, legammo un sacchetto di plastica intorno allo spinterogeno affinché non si bagnasse.
«D’accordo Liborio, proviamoci. Però guido io» dissi.
«Va bene, ma devi seguire esattamente il percorso che ho disegnato. Io ti seguo a piedi».
Accesi il motore, mi misi in posizione e lentamente entrai in acqua. Qualche metro e sentii la macchina sempre più leggera. Le ruote cominciarono a girare a vuoto. Feci un gestaccio a Liborio, che rapidamente corse dietro la macchina e cominciò a spingere. Feci forza sull’acceleratore per cercare di afferrare il terreno e andare avanti. Incredibilmente la macchina ubbidiva alle sollecitazioni. Il fondo era divenuto pietroso e così l’auto riuscì a prendere velocità e a uscire dal guado. Mi fermai soddisfatto e scesi dal nostro prezioso maggiolino, urlando la mia gioia alla torva maschera di fango di Liborio, piantata in mezzo alla strada allagata: «Hai visto che grande autista!».
Mi rispose qualche cosa di incomprensibile in stretto dialetto siciliano e si mise a correre verso di me. Scoppiai a ridere vedendolo in quello stato. Quando mi raggiunse, mi abbracciò felice come un bambino, insozzandomi di fango. Ci sentivamo due grandi uomini, orgogliosi di aver superato le difficoltà.
«DOCUMENTI, SIGNORI!»
La strada correva incassata tra le scoscese e nude pareti dei contrafforti della Cordillera Negra, mentre il Rio Santa scendeva impetuoso e torbido. Un’ora di questo impressionante e minaccioso ambiente e, finalmente, vedemmo un gruppo di casupole e la sbarra del posto di controllo di Sciacsia.
Sporchi di polvere e fango ma soprattutto affamati, ci fermammo decisi a mangiare e proseguire subito dopo per Macate.
Un poliziotto, con un’aria annoiata più che marziale (comprensibile in un militare costeño all’ora di pranzo in un posto di blocco del profondo Perù), ci bloccò: «Documentos, señores!» disse, continuando a masticare uno stuzzicadenti.
Tirammo fuori i passaporti e, consegnandoli, chiedemmo: «Dove possiamo mangiare, señor?».
«Ah! Italianos!» esclamò con aria furba e di uomo di mondo.
«Spaghetti, Paolo Rossi, Ferrari! Come sta il papa?» e rise di gusto, mostrando gli incisivi cerchiati d’argento.
«Dove dovete andare?» aggiunse serio.
«A Macate, a visitare el padrecito Carlos. Es nuestro amigo» gli rispondemmo timidamente.
«Siete i medici di Lima allora. Vi stavamo aspettando».
«Potenza della Cia» mi suggerì all’orecchio Liborio.
«Potete mangiare al Serrano, è il miglior ristorante di Sciacsia. Per i passaporti nessun problema, ve li restituisco dopo pranzo».
«Medici, dunque – aggiunse con aria soddisfatta -. Medici amici del padrecito Carlos, bene».
Ci guardammo con aria preoccupata, sentendoci un po’ nudi senza i passaporti. Scendemmo dalla macchina e cercammo El Serrano. Il sole scottava nell’aria tersa. Ormai eravamo all’ingresso del mitico, profondo Perù.
«El Serrano» era un bugigattolo posto proprio all’altezza della sbarra, che chiudeva la strada. Entrammo e ci sedemmo ad un tavolo. La stanza era illuminata dai raggi di sole che penetravano fra le sconnessioni del tetto in eternit.
«Buenos dias señora, que hay para comer? (Buon giorno signora, che c’è da mangiare?)».
«Seco de cabrito con su arroz (3)».
«Ci porti anche due Coca-Cola».
«No hay, senor, tenemos solo Inca Cola (Non ce ne sono, signore. Abbiamo soltanto Inca Cola – 4)».
Ci portò i due piatti di riso con pezzi di carne. Il sapore predominante era quello del culantro, una piantina simile al prezzemolo con un forte aroma che è impossibile descrivere e dimenticare. Per conoscere il vero Perù bisogna imparare ad amare il sapore di questa terribile erba, così come è necessario godere al mangiare un buon piatto di ceviche, apprezzare il rocoto e riuscire a commuoversi pestando i piedi al suono di un huayno. L’unica cosa che mai sono riuscito a fare è quella di sopportare il gusto del culantro. Ma la fame era tanta.
Finito il pranzo, pagammo e uscimmo alla ricerca del nostro agente della Cia, che infatti ci stava aspettando.
«Gracias -, disse Liborio -. Partiamo subito» e allungò fiducioso la mano per raccogliere i passaporti. Ma il poliziotto non lo accontentò: «Dovete seguirmi un attimo. Non preoccupatevi».
Lo seguimmo superando una fila di gente in attesa davanti alla porta del posto di polizia. Nel locale c’erano due sedie, un tavolino e una panca. E, sul muro, la foto del presidente Garcia (il predecessore di Fujimori, ndr) con il suo smagliante sorriso.
«Señores doctores – ci disse con voce ufficiale -, prima di partire dovreste visitare un paio di pazienti. Sono mesi che non viene il medico da Chimbote».
Liborio ed io tirammo un sospiro di sollievo e, osservando i passaporti nella mano del poliziotto, ci dicemmo orgogliosi di partecipare a questa meritoria azione in favore della popolazione di Sciacsia.
Soddisfatto del nostro discorso, il poliziotto fece entrare la prima persona della lunga fila in attesa all’esterno. Il «paio di pazienti» era in realtà l’intera popolazione di questo, per nostra fortuna, piccolo agglomerato di case, sorto intorno al posto di blocco. I tanti pazienti visitati a Villa El Salvador ci permettevano ormai di individuare con facilità le piccole e grandi patologie della vita di tutti i giorni.
Avevamo con noi della piperazina e del mebendazolo per le parassitosi più comuni, un po’ di antibiotici di base, aspirine e per fortuna un grosso barattolo di un complesso vitaminico nordamericano. Lo stetoscopio e lo sfigmomanometro, insieme ad aghi e fili, completavano la nostra riserva di medici in «vacanza».
Seduti fianco a fianco, con il nostro armamentario poggiato sul tavolino, i capelli bianchi di polvere, il viso di Liborio ancora sporco di fango, il sapore del culantro in bocca e il giuramento di Ippocrate in testa… imparammo in questa occasione le basi della medicina comunitaria e preventiva sotto lo sguardo vigile e felice del nostro amico poliziotto. I confetti di vitamine, dono del popolo nordamericano ai paesi del Terzo mondo, più che la nostra scienza, ci permisero poi di recuperare i passaporti e di ripartire per Macate.
Dovevamo a questo punto lasciare la valle del Santa per imboccare quella di Macate. L’avventura continuava.
IL BRACCIO DI JUAN
«Certo che le indicazioni di Carlos sono precise» mi disse Liborio messosi alla guida del portentoso maggiolino.
«Sì – risposi -, ma la distanza doveva darcela in “pazienti” più che in chilometri».
Una serie di ripidi tornanti si snodava davanti a noi. La strada si era ridotta a poco più della larghezza dell’auto, mentre la montagna continuava ad apparire pietrosa e polverosa e la polvere ad alzarsi ed a depositarsi sui nostri capelli. La valle del Santa scompariva alla nostra vista, così come ci abbandonava il frastuono del fiume e delle sue acque torbide per la stagione delle piogge ormai al termine.
La prima terrazza della ripida valle improvvisamente ci comparve davanti. Lasciato ormai come un lontano ricordo il deserto, dopo una serie di grandi cactus posti quasi a guardia della valle, con stupore incominciammo ad attraversare piantagioni di banane, boschivi di avogados e giardini di aranci.
«Questo è il Perù, queste sono le sue contraddizioni; il deserto e l’eden, la povertà e la ricchezza, la violenza e l’allegria. Non esistono le vie di mezzo. Il Tres Cruces coperto di neve davanti a noi, il deserto alle spalle, l’ambiente tropicale nel quale siamo immersi e …».
«Aspetta, un paio di chilometri ancora e usciamo dal tropico!».
Liborio continuava a guidare e a sopportare i miei tentativi di capire il mondo.
«Guarda, Macate!».
«Dove? Vedo solo montagne».
«Segui con lo sguardo la strada; c’è un’altra terrazza in alto da dove spuntano degli eucalipti».
La strada si arrampicava abbarbicata alla parete della montagna. Il burrone sotto di noi si faceva sempre più impressionante e un canale, di origine certamente incaica, trasportava l’acqua da chissà dove seguendo le anfrattuosità della parete di roccia. Anche il tropico si era fatto ricordo.
«Ci siamo, dopo quella curva».
«Campi di mais, il grano ancora verde, prati, mucche, pecore, boschi di eucalipto ed il paese».
«Sembra di essere sulle Alpi!».
Ma un campesino con il suo poncho ci riportò al nostro Perù. Era solo un’altra faccia di questo paese e di questo popolo; forse la più bella e nello stesso tempo la più disperata: la Sierra.
Era l’imbrunire in quel punto della Cordillera Negra «que mira hacia el mar». Era sera a Macate e Carlos ci aspettava in piazza. Andammo subito in canonica.
La luce del Petromax argentino sostituiva egregiamente quella elettrica non ancora arrivata in questa vallata…
«Padre Carlos, apra, presto».
I colpi alla porta parevano sfondarla.
«Padre Carlos, il toro di Juan!».
«Che cosa succede, José!» urlò Carlos aprendo la porta.
«Il toro di Juan Yupanqui lo ha incornato!».
«Andiamo».
La voce imperiosa di Carlos non ci permise di tentennare. Afferrammo la borsa ed il Petromax e lo seguimmo fino all’infermeria del paese.
«Virgencita, San Martincito, Senor de los Milagros. Toro maldito, mi brazo! (Maledetto toro, il mio braccio!)».
«Se urla non è poi così grave» ci consolò Carlos. Entrammo accompagnati da José, infermiere responsabile di tutta la vallata, e trovammo il nostro Juan Yupanqui con il braccio avvolto da stracci insanguinati. Mentre José preparava gli attrezzi del mestiere, noi cominciammo a mettere in luce la ferita, che per fortuna appariva abbastanza superficiale.
Liborio era il nostro chirurgo provetto e sua fu l’opera. L’ago ricurvo ricostruiva rapidamente sotto l’attento sguardo degli altri. Ci trovavamo, un’altra volta (e sempre senza cercarcelo), a compiere quel giuramento di Ippocrate che già tanto tempo ci aveva fatto perdere nei due giorni di viaggio.
La nostra fama nei giorni seguenti si sparse per tutta la vallata. I formaggi freschi, le uova di giornata e perfino una mezza gallina ci riempirono la tavola a testimonianza che il braccio di Juan Yupanqui migliorava e che i nostri pazienti aumentavano. In questo angolo del Perù il primo medico era a 10 ore di camion e José era l’autorità sanitaria della zona.
Per la prima volta incontrammo anche un paio di casi di uta, la lebbra delle Ande.

E PER AMBULATORIO IL MONDO

Che lavoro incredibile quello del medico! Forse è l’unica professione che puoi applicare in qualunque punto del mondo. La gente ha, in fondo, gli stessi bisogni a Macate o a Venezia. Se poi muore di colera, è solo un problema di ingiustizia. E se, qui in Italia, non mi è mai capitato di ricordarmi di Ippocrate è forse perché oramai abita a Macate.
Se volete conoscerlo anche voi, prendete la Panamericana Norte da Lima fino a Chimbote, infilate la valle del Santa, mangiate al Serrano di Sciacsia e poi su fino ai piedi del Tres Cruces. E, mi raccomando, non dimenticate lo stetoscopio.

HO IMPARATO A STIMARE LA GENTE

Cara redazione,
mi è arrivata una copia di Missioni Consolata e, leggendola, mi sono tornati alla mente gli anni passati a Villa El Salvador in Perù. Capire i paesi del Terzo mondo e la loro situazione economica, politica e sanitaria è estremamente complesso, ma ancora più complesso è spiegarla e trasmetterla agli altri.
I miei 5 anni di lavoro come medico in Perù (dal 1984 al 1989) e la costante relazione che tengo con quel paese non mi hanno aiutato molto a capire come poter aiutare i miei amici di laggiù ad uscire da situazioni che da qui non possiamo neanche immaginare.
Ho visto, certo, tanta sofferenza e disperazione, tanti giovani morire di tubercolosi e bambini di denutrizione, gente vendere la propria casa per curarsi, madri piangere per non riuscire ad alimentare i propri figli. Ho visto tutto questo, ma ho anche visto la speranza, la voglia di uscire da un tunnel infinito, la capacità di spendersi per gli altri. Sono stato testimone dell’infinita pazienza e capacità di tanti medici ed infermieri peruviani sottopagati e senza tanti strumenti. Ho visto le «promotoras de salud» lavorare in silenzio per aiutare le famiglie in difficoltà, «parteras» aiutare a far nascere tanti bambini, e poi tanta e tanta solidarietà. Per quanto mi riguarda, ho specialmente imparato a stimare la gente.
Non so se posso essere d’aiuto alla rivista. Provo, però, ad inviarvi un racconto che tempo fa ho scritto e che riporta fatti reali. Rileggendolo mi commuove l’entusiasmo e l’incoscienza di noi giovani medici volontari nel Perù di più di dieci anni fa. Noi in questi anni probabilmente siamo cambiati molto, più del Perù che, come sapete, è in condizioni forse ancora più critiche di quegli anni.
Le persone che nomino sono reali ed in particolare:
– Liborio Ragusa, medico, lavora attualmente a Bergamo,
– Carlo (Carlos) Iadicicco, sacerdote diocesano, è ancora in Perù,
– Sandro, sacerdote, è stato ucciso da Sendero Luminoso a Santa, vicino a Chimbote, nel 1991 se non ricordo male.
Un abbraccio.
Guido Sattin

«AMIGOS DE VILLA»

È una rivista inviata attraverso la posta elettronica. Arriva in 25 paesi. È nata come strumento di collegamento tra tutti coloro che conoscono Villa El Salvador, ma parla di tutto il Perù, soprattutto dei suoi problemi sociali e politici. Ad essa contribuiscono politici ed economisti peruviani, semplici cittadini e chiunque abbia qualcosa da comunicare sul paese andino, ancora schiacciato dalla dittatura fujimorista.
Guido Sattin, che a Villa ha lavorato 5 anni, ne è il responsabile. Chiunque desideri ricevere «Amigos de Villa» può rivolgersi a questo indirizzo di posta elettronica: gusatti@tin.it. Sono ben accetti anche contributi scritti, possibilmente già in lingua spagnola.
Pa.Mo.
Indirizzo della pagina Web:
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Guido Sattin