DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Dàgli una spinta

L’evangelizzazione del nuovo
millennio è iniziata in anticipo
sul calendario:
Concilio Vaticano II,
encicliche
e documenti
del magistero,
sinodi locali
e continentali hanno
rivoluzionato idee e metodi
della missione, foendo
alla chiesa gli strumenti
per affrontare le sfide
di società soggette
a mutamenti planetari.
Lo Spirito, che ha lanciato
dodici pescatori per le vie
del mondo ed è stato per 20 secoli
il «protagonista della missione»,
continuerà ad animare la sua chiesa
perché diventi realmente
«comunione di comunioni»
e non si confondano più le missioni…
con le cassette per le elemosine.

Trampolino di lancio

Tricoi, zucchetti, colbacchi, fez e altre varietà di copricapo: basta uno sguardo panoramico sui partecipanti al Concilio Vaticano II (1962-65) per convincersi che, dopo quasi due mila anni di evangelizzazione, la chiesa è diventata realmente universale. Dei 2.498 vescovi di 136 paesi presenti all’assemblea conciliare, appena un terzo è europeo; un altro terzo viene dalle Americhe; il resto dall’Asia, Africa e Oceania, con numerose facce gialle e nere.
I padri conciliari missionari fanno da cassa di risonanza dei problemi dell’evangelizzazione e, col fiato sul collo di coloro che vorrebbero liquidarla, riducendola a un’appendice di qualche tema ecclesiale, ottengono che «attività missionaria della chiesa» sia trattata in un documento a parte: nasce il decreto «Ad gentes». Vengono ratificate idee e principi rivoluzionari: tutta la chiesa è per natura missionaria; i vescovi sono collegialmente responsabili della diffusione del vangelo tra tutti i popoli; scopo della missione rimane sì la plantatio ecclesiae (impiantare la chiesa), ma come servizio alla costruzione del regno di Dio e non semplice organizzazione giuridica e gerarchica.
Tale decreto, insieme ad altri testi conciliari, come quelli riguardanti la liturgia, chiesa e mondo contemporaneo, ecumenismo, apostolato dei laici, libertà religiosa e dignità umana, relazioni tra chiesa e religioni non cristiane, obbligano a modificare i metodi di evangelizzazione. Nel dizionario e prassi missionaria entrano definitivamente concetti e principi, come dialogo, rispetto e «adattamento» alle culture, liberazione e lotta per la giustizia, sviluppo e promozione umana, che lanciano la missione verso il terzo millennio.

Evangelizzazione del «seto continente»

L’attuazione teorica e pratica delle nuove dimensioni dell’evangelizzazione lanciate dal Vaticano II provoca nuovo slancio missionario, insieme a non pochi interrogativi, dubbi, perplessità e stanchezze. Intervengono nuovi documenti di papi e vescovi per chiarire, ribadire, correggere e, soprattutto, incoraggiare.
L’ultima charta magna sull’evangelizzazione è l’enciclica di Giovanni Paolo II Redemptoris missio. Oltre a ribadire che «la missione riguarda tutti i cristiani, tutte le diocesi e parrocchie, istituzioni e associazioni ecclesiali», il papa intende rilanciare in grande stile la missione ad gentes, dissipando dubbi e ambiguità, rimarcandone l’urgenza soprattutto.
A 20 secoli dalla nascita di Cristo, il vangelo è stato annunciato fino agli estremi confini della terra, facendo discepoli tra tutte le nazioni, come lui stesso aveva comandato. Eppure «gli ultimi confini della terra a cui si deve portare il vangelo si allontanano sempre più… la missione ad gentes è ancora agli inizi» afferma Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris missio.
Due terzi dell’umanità attende ancora l’annuncio del vangelo; il numero di coloro che ignorano Cristo è in continuo aumento. Nei paesi di antica tradizione cristiana, come l’Europa, e in quelli in cui la chiesa è saldamente impiantata, si sente l’urgenza di una nuova evangelizzazione. A queste chiese il papa ricorda che «la fede si rafforza donandola».
Prendendo atto che la missione non è più identificabile e circoscritta in determinati confini geografici, l’enciclica parla di «ambiti territoriali», «mondi e fenomeni sociali nuovi», «aree culturali o areopaghi modei» che hanno dilatato gli orizzonti della missione e sono diventati oggetto di evangelizzazione. Urbanizzazione, giovani, migrazioni, rifugiati, situazioni di miseria, mezzi di comunicazione e globalizzazione, impegno per la pace, sviluppo e liberazione, cultura e ricerca scientifica, diritti umani e dei popoli, specie delle minoranze etniche, promozione della donna e del bambino, salvaguardia del creato… costituiscono il «sesto continente» verso il quale si deve orientare l’attività missionaria della chiesa.

È primavera!

«I n prossimità del terzo millennio della redenzione – scrive Giovanni Paolo II nell’enciclica missionaria – Dio sta preparando una grande primavera cristiana, di cui già si intravvede l’inizio». Assecondando tale «primavera», le chiese dei vari continenti hanno celebrato sinodi speciali in preparazione del grande Giubileo del 2000, per rilanciare il processo di evangelizzazione e affrontare le sfide lanciate dal nuovo millennio, caratterizzato da cambiamenti planetari.
L’Assemblea speciale dei vescovi dell’Africa (1994) ha preso coscienza della situazione di miseria in cui vive la maggior parte della popolazione del continente e ribadito l’impegno nella lotta per la giustizia e nella testimonianza della carità. Constatando che gruppi sociali e intere regioni non sono ancora toccati dall’annuncio evangelico, la chiesa africana si è impegnata a continuare e completare il processo di evangelizzazione del continente, aprendosi alla missione universale. Tuttavia la sfida più grande del terzo millennio rimane l’inculturazione: l’Africa è diventata cristiana; è ora che il cristianesimo diventi africano.
L’idea chiave, lanciata dall’assemblea sinodale per raggiungere tali scopi si chiama: chiesa-famiglia: cioè un modello di chiesa solidale, in cui i membri si prendono cura gli uni degli altri nella lotta per la nascita di una nuova Africa, per la sopravvivenza dell’identità africana e dei diritti dei più poveri nel grande oceano dell’omolagazione globale.

In America Latina i problemi riguardanti i bambini, gioventù, famiglia, educazione, disoccupazione, minoranze indigene, corruzione, distribuzione delle terre, guerriglia, giustizia sommaria, narcotraffico… costituiscono altrettante sfide per l’evangelizzazione del 2000.
Dopo cinque secoli di evangelizzazione l’America Latina conta la metà dei cattolici del mondo, ma ha ancora bisogno di clero e missionari stranieri. Eppure da alcuni decenni la chiesa ha preso coscienza del dovere missionario e sta diventando sempre più attiva nella missione ad gentes.
Per la prima volta nella storia, il Sinodo per le Americhe (1997) ha avviato un dialogo vivo e costruttivo tra le chiese del nord, centro e sud del continente; dialogo che promette un avvio del nuovo millennio all’insegna della speranza e della solidarietà nella lotta contro il neoliberismo imperante e prepotente, produttore di miseria, emarginazione e rifiuto di buona parte della popolazione latinoamericana.

È soprattutto l’Asia la sfida missionaria del 2000. In questo continente vive l’85% di tutti i non cristiani della terra. La chiesa cattolica è solo una minoranza: supera a malapena il 2% della popolazione; i cattolici sono poco più di 101 milioni, su 3.500 milioni di asiatici.
Tra mille ostacoli vecchi e nuovi, la chiesa è presente e viva, specie nei paesi dove è stata più martirizzata. E questo è già un miracolo e garanzia di speranza per il futuro. Le sfide dell’evangelizzazione si chiamano: dialogo con le grandi religioni e spiritualità cristiana più asiatica, inculturazione e più efficacia sociale, ha appena sottolineato il Sinodo dell’Asia (1998). Il vangelo dovrà tradursi più concretamente in buona notizia per le folle di affamati, mendicanti, senza tetto e senza futuro.
In un continente sempre più globalizzato e secolarizzato, il cristianesimo, religione dell’incarnazione, appare come il compimento dell’intenso desiderio di familiarità col divino, capace di brillare anche nelle situazioni meno sacrali delle fabbriche e megalopoli. Per questo i padri sinodali hanno rinnovato, per il terzo millennio, l’impegno di proclamare con vigore, in parole e opere, che Gesù Cristo è l’unico salvatore e mediatore dell’incontro con Dio.

Anche la chiesa dell’Oceania ha celebrato un sinodo speciale nel 1998, il primo della sua storia. Alle solite sfide geografiche e socio-economiche, si è aggiunta la confusione provocata dalle sètte fondamentaliste, alcune importate, altre di origine locale.
La missione del 2000, affermano i vescovi, si gioca sulla lotta all’ignoranza: le scuole cattoliche sono la base per una evangelizzazione intelligente e cosciente e strumento per la formazione di catechisti e clero locale. Il numero delle vocazioni locali aumenta con un buon ritmo, anche se insufficiente. L’impegno dei laici è in costante crescita. Ma le chiese locali, già isolate dalla geografia, si sentono spesso ai margini della solidarietà mondiale ed ecclesiale.

«Toano le caravelle»

Anche le chiese d’Europa hanno celebrato il proprio sinodo speciale (1999), per «contribuire a edificare un’Europa aperta alla solidarietà universale, sia ridando vigore e slancio alla missione ad gentes, sia allargando i continenti». I padri sinodali europei hanno accolto gli appelli provenienti dagli altri sinodi continentali; appelli tradotti non solo in richieste di aiuto, ma anche in stimoli e denunce, contributi e offerte di esperienze. Un’espressione è risuonata spesso nelle loro discussioni: scambi di doni.
Abituate da sempre a «dare», spesso con spirito di superiorità, le chiese europee devono oggi imparare a «ricevere» i doni provenienti dalle altre chiese del mondo, non più fotocopia delle chiese madri. Tale scambio, negli anni passati, era espresso con un’immagine suggestiva: «Toano le caravelle». Ma non più cariche d’oro, argento, spezie, tessuti e prodotti sconosciuti, ma di tesori più preziosi: le giovani chiese dell’Africa, Asia e America Latina offrono alla vecchia Europa le loro ricchezze di fede, esperienze ecclesiali vissute con entusiasmo, teologie e liturgie incarnate nella vita, impegno generoso per la giustizia, libertà e dignità della persona umana, preferenza riservata ai poveri e agli ultimi, fino al martirio, semplicità di linguaggio nell’esprimere la fede, coraggio di parlare senza vergogna della personale esperienza di Dio, maggiore importanza data all’interiorità, contemplazione e silenzio, doni caratteristici, questi ultimi, delle chiese asiatiche.
Tale scambio di doni tra le chiese d’Europa e quelle del Sud del mondo è appena iniziato; dichiarazioni ed esortazioni sono sempre più frequenti, ma le esperienze effettive sono ancora deboli. Il completamento di tale processo di «chiesa, comunione di chiese» costituisce la sfida del nuovo millennio.