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Non di solo preti – 14 maggio 2000 giornata mondiale delle vocazioni

Non è esaltante il numero di sacerdoti,
anche perché quelli in attività
sono tutt’altro che giovani.
Ancora più preoccupante la situazione
delle vocazioni missionarie,
specie per alcuni istituti.
Il calo delle «vocazioni speciali»
è «un segno dei tempi»
per far largo a quelle «comuni»,
cioè dei laici?
Che, però, non vogliono fare
solo i sacrestani.

PER UN’ANTICA SIMPATIA

Forse è opportuno un avvertimento. Parlando di vocazione, non bisogna intendere solo quella «speciale»: al sacerdozio, alla vita consacrata dei religiosi e religiose o alle missioni.
La parola «vocazione» ha tanti sinonimi, la cui molteplicità ha il pregio di dilatae il concetto. Al posto di «vocazione», possiamo usare chiamata, convocazione, elezione, scelta fondamentale, servizio, missione, via, cammino, attitudine, inclinazione, passione, estro, illuminazione, sintonia, apertura…
Ad esempio: Giuseppe Allamano fondò i missionari della Consolata anche per «una specie di attrattiva per l’Africa, un’antica simpatia che non so spiegare»… Si racconta che in casa di Gioacchino Rossini, se cadeva un piatto e la madre imprecava, il figlio fin da ragazzo tendeva l’orecchio e, con la musica nel sangue, canterellava «re, la, sol…». E la Scrittura raccomanda di «non spegnere lo Spirito».
Si potrebbe affermare che la vita stessa è vocazione, in senso assoluto: ognuno ha il diritto di nascere e realizzarsi pienamente come persona. Non esiste, infatti, mistero più grande e sacro della genesi dell’io e della consapevolezza della propria unicità. J. H. Newman scrisse: «In qualche modo sono tanto necessario io al mio posto quanto un arcangelo al suo».
Nella bibbia è Dio che chiama. Ciascuno è chiamato per nome (Is 43, 1), e sta all’uomo rispondere come sa e può (Rom 9, 12). Ne deriva che la vocazione non è un monumento fisso, ma un rischio: si trasforma in storia, con parecchie avventure. Quasi tutti i fondatori di istituzioni religiose, umanitarie e scientifiche hanno dovuto, strada facendo, modificare i loro piani e rifare continuamente il punto, «guardando le stelle».
Di più. Esiste anche una chiamata universale: Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati (1 Tim 2, 4), come c’è una vocazione universale alla santità o a migliorarci.
Nella chiesa poi ogni persona ha la sua vocazione o funzione da svolgere, che va riconosciuta e valorizzata per quanto umile possa essere. I documenti del Concilio ecumenico Vaticano II parlano chiaro al riguardo (Lumen gentium, 11).
Anche nelle religioni non cristiane il concetto di vocazione è presente. Muhammad è un profeta trascinato da Dio; Budda significa l’illuminato; così Zarathustra, profeta e riformatore.
L’INVERNO DELLE VOCAZIONI
È diventato un luogo comune distinguere il fenomeno della vocazione in due tipi di esperienza: ci sono le vocazioni speciali o particolari e le altre… Per la chiesa cattolica, dal Concilio ad oggi, la diminuzione delle «vocazioni speciali» costituisce una grande preoccupazione.
Si tratta dei chiamati ai ministeri ordinati (legati al sacramento dell’ordine), in particolare dei preti, dei religiosi e religiose, dei missionari (uomini e donne). È invalso l’uso di qualificare questi soggetti come «persone entrate in vocazione», come se entrassero in una «corrente marina» che, solcando l’oceano dell’umanità, è destinata ad influire sul clima di intere regioni.
Un tempo tutto procedeva a gonfie vele. Ai giorni nostri le acque sono estese, ma poco profonde, e la navigazione in grande stile quasi impossibile. Decenni fa i sacerdoti erano persino troppi. Oggi invece… Il papa stesso, rivolgendosi ai vescovi francesi, ha parlato di «inverno delle vocazioni» (13 gennaio 1992).
Però è doveroso fare in modo che la preoccupazione della chiesa per la crisi delle vocazioni sacerdotali non fagociti le altre vocazioni. Il Concilio anche su questo punto è chiarissimo: tutti i battezzati sono chiamati ad operare per «la vitalità della chiesa».
Ad aggravare la situazione ci sono pure l’invecchiamento e il calo della perseveranza.
Però è necessario fare anche un esame di coscienza. L’Allamano a coloro che gli impedirono nel 1891 di dar vita all’Istituto missionario (poi fondato nel 1901), adducendo come motivo la scarsità del clero (il che era falso) disse: «Se a Torino vi fosse un terzo o anche la metà in meno dei sacerdoti esistenti, ma lavorassero di più, si andrebbe avanti lo stesso» (9 marzo 1917).
DIO CHIAMA PER NOME
I tentativi per risalire la china del calo di vocazioni sacerdotali sono immani. Nel 1992 Giovanni Paolo II scrisse la poderosa esortazione apostolica Pastores dabo vobis, in cui alla crisi delle vocazioni speciali contrappone un «abbandono fiducioso nello Spirito Santo». Nel frattempo in questi anni si sono celebrate Gioate per le vocazioni e si è anche pregato molto.
Nonostante tutto, la pastorale vocazionale si presenta stanca, ripetitiva, disordinata e quasi fallimentare. Le diagnosi continuano ad essere approfondite e precise. Troppe in ogni caso le incertezze in una società e in una chiesa in rapida evoluzione. Difficile fare il punto.
Il bisogno forse maggiormente sentito è quello della chiarezza, che non c’è o non c’è a sufficienza. Da tale mancanza deriva il disorientamento, soprattutto quando si tratta di fare scelte decisive. Dagli studiosi emerge un debole e cauto suggerimento, ma che forse merita di essere preso in considerazione.
Oltre alle iniziative «comunitarie» attraverso gruppi, slogan, campi di lavoro, marce e pellegrinaggi (che pure sono necessari per sensibilizzare i giovani), è necessario accostare i giovani e ogni altra persona a livello più individuale, per accompagnarli spiritualmente e più dall’interno.
Perché Dio chiama per nome e non in massa.
INOLTRE…
Inoltre c’è pure chi nella preoccupante diminuzione quantitativa e a volte qualitativa del clero, scorge un aspetto positivo. Non sono molti, ma ci sono.
La diminuzione non potrebbe essere interpretata come un «segno dei tempi» o un invito a considerare se non ci sia qualcosa da modificare nella struttura della chiesa? E non si allude all’ordinazione delle donne o all’abolizione del celibato.
Per esempio: Carlo Castagnetti, direttore del Centro nazionale vocazioni e direttore della rivista Vocazioni, scrive: «Il Signore vuole che si prenda coscienza della vocazione generale di tutti i battezzati al sacerdozio comune, e che si facciano avanti nella chiesa e non considerarsi degli spettatori passivi».
La chiesa cattolica, in polemica con i protestanti, ha sempre messo un po’ la sordina sul «sacerdozio comune» che spetta a tutti i battezzati (1 Pt 2, 9). Il Concilio ne ha parlato. E sarebbe sufficiente prendere in mano alcuni documenti ecumenici di cattolici e protestanti per rendersi conto di come il «sacerdozio comune» sia stato approfondito. Ciò non toglie che esista pure «un ministero sacerdotale speciale». Anche per i protestanti non tutti i fedeli sono pastori, come fra gli ebrei non tutti sono rabbini.
È stupefacente che, a 35 anni dal Concilio, un parroco torinese abbia scritto la lettera aperta «Pastori o padroni?», per denunciare come «i laici siano considerati dei bambini incapaci, che devono solo eseguire gli ordini dettati dal prete» (La Voce del Popolo, 5 marzo 2000).
Sarebbe anche interessante percorrere la storia del movimento cattolico femminile, per rendersi conto che cosa ha significato per una donna essere attiva nella chiesa senza sposarsi o entrare in convento.
È sviluppatissimo poi in molte nazioni il volontariato, a volte molto impegnato, che per essere come si deve importa una vera vocazione, oltre a doti particolari e una carica spirituale.

Igino Tubaldo