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La mafia delle donne

Talvolta un solo verso poetico può aprirci una nuova visione del mondo, lasciandoci affascinati o perplessi e, persino, sconvolti.
Con una prosa sagace, la scrittrice indiana Anita Desai ci racconta nel romanzo In custodia avventure e disavventure, incontrate da un pavido professore universitario di hindi, per intervistare un famoso e venerato poeta urdu.
Anita Desai, nata nel 1937 a Mussoorie (India) da madre tedesca e padre bengali, è una delle scrittrici indiane più conosciute ed apprezzate a livello mondiale. Ha scritto una decina di romanzi, alcuni libri per bambini e ha ottenuto numerosi riconoscimenti a livello internazionale.
Sposata e madre di quattro figli, la Desai attualmente divide il suo tempo tra Nuova Delhi, dove vive con la famiglia, e gli Stati Uniti; qui dove insegna in un programma di scrittura creativa al Massachusetts Institute of Technology. Dopo aver frequentato le scuole superiori e l’università a Delhi, in ambienti esclusivamente femminili, Anita si sposò e sviluppò la sua passione per la scrittura. «Un anno dopo il baccalaureato – racconta – mi sposai e per la prima volta entrai in un mondo gestito e controllato da uomini. Fu uno shock.
Un’esperienza abbastanza comune per le donne della mia generazione, che affrontammo in modi diversi… Il mio modo è stato la scrittura. Sin da quando mi impadronii dell’alfabeto, fui affascinata nel vedere come le lettere e parole si mettevano in ordine su di una pagina; creavano dei disegni e avevano ragione, logica e maestria; eppure lasciavano all’immaginazione spazi da riempire. Mi accorsi di come anche il caos della vita avrebbe potuto essere messo su carta, per ottenere un senso e significato».

C on poche immagini, pregne di significato, Anita Desai riesce nel romanzo In custodia a chiarirci il «caos», caratterizzato da conflitti e tabù, nelle pratiche religiose dell’India.
La scrittrice ci racconta il suo paese: «Naturalmente l’area intorno alla moschea era considerata “musulmana” e il resto passava per “indù”… Se due fazioni si scontravano, come accadeva di tanto in tanto, balenavano i coltelli, i bastoni calavano e scorreva il sangue. Per un certo tempo la tensione restava alta. I quotidiani in hindi e urdu si colmavano di servizi prudenti e di editoriali insinceri sulla laicità dell’India, mentre la notte apparivano fogli con notizie meno caute, miste a minacce ed accuse. Poi la polvere della città di Mirpore si levava e turbinava, seppellendo di nuovo ogni cosa all’orizzonte; i cittadini tornavano alla lotta quotidiana per respirare. Gli indù uccidevano i maiali nel loro quartiere, mentre i musulmani avevano cominciato a macellare i bufali in luogo delle vacche, avendo compreso che altrimenti sarebbe stato un suicidio. I pochi cristiani mangiavano la carne di entrambi gli animali e frequentavano l’unica chiesetta in mattoni imbiancati, posta in un cimitero ombreggiato da polverosi alberi di nim».

A Mirpore vive e insegna Deven, professore di hindi, ma da sempre innamorato della poesia urdu, nata nel fasto delle corti islamiche dell’India settentrionale. Deven pensa di aver incontrato la più grande occasione della sua vita quando gli propongono di intervistare a Delhi il grande poeta Nur.
Con realismo disincantato la Desai ci racconta i retroscena della vita personale del pavido professore, le amare sorprese della città e dell’ambiente in cui è praticamente tenuto «prigioniero» il famoso vate. Le donne, che a prima vista paiono così remissive e passive, di fatto condizionano pesantemente la vita di uomini, che si credono padroni e indipendenti.
La Desai svela gli intrighi, che avevano già caratterizzato il matrimonio del professore. Infatti scrive: «Deven era un poeta più che un insegnante, quando aveva sposato Sarla (era stato assunto solo come professore incaricato temporaneo e ancora aveva fiducia nei propri versi) e lei, come moglie di un poeta, sembrava troppo prosaica. La scelta, naturalmente, non era stata sua, bensì di sua madre e delle zie, donne astute e prudenti. Sarla era la figlia dell’amica di una zia, viveva nella stessa strada di quella famiglia; l’avevano osservata per anni e l’avevano trovata adatta sotto ogni riguardo: insignificante, spilorcia e congenitamente pessimista… Sarla non alzava mai la voce: innumerevoli generazioni di donne indù alle spalle le sbarravano il passo, impedendole di manifestare aperta ribellione. Deven sapeva che avrebbe urlato e insultato solo una volta al sicuro, preferibilmente in cucina, il suo dominio».
Sarla e le zie di Deven paiono teneri agnellini al confronto delle donne islamiche, che circondano il famoso ma ormai decadente poeta. La prima moglie si ingegna ad estorcere denaro a chiunque desideri intervistare il poeta, mentre la seconda moglie, più giovane almeno in apparenza, ha calpestato la fama del marito per atteggiarsi lei stessa a poetessa. Sbigottito Deven si chiede: «Che cos’era questa calda convivialità femminile, che lo giudicava una figura ridicola e riduceva perfino l’anziana e veneranda persona del poeta Nur a un patetico e logoro cuscino da cui usciva una vecchia imbottitura stantia? Questa donna, questa cosiddetta poetessa, faceva parte di quella a lui ben nota mafia femminile – pensò -, guardandola con palese disgusto… C’era stata un’altra lotta – si domandò nel panico – come fra tigri gelose? Era forse una scena abituale in questa casa di felini feroci? Non avrebbero, insieme, divorato la carne indifesa e tremante del poeta e anche la sua?».

L a Desai dipinge un’India che si dibatte fra tradizione e modeità, in cui la voglia di innovare è mortificata da piccoli atti vandalici, come quelli previsti per la festa del college.
«Un uomo con una scala a pioli tolse dalle plafoniere le lampadine bruciate e ne avvitò di nuove, il lungo volto imbronciato dalla consapevolezza che, entro una settimana, tutte sarebbero state rotte o rubate un’altra volta». Eppure, malgrado le vicissitudini sofferte, Deven si sente «custode dell’anima stessa e dei versi di Nur… mentre la loro melodia gli sussurra all’orecchio:
Il mio corpo è solo un calamo
reciso dalla punta della spada,
arido e vano finché non è intinto
nell’inchiostro del sangue della vita».

Silvana Bottignole