Rivista Missioni Consolata – 121 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

COSTA D’AVORIO – Un pozzo per tutti

Sono poco più di tre anni che i missionari
della Consolata sono arrivati in Costa d’Avorio.
Ma qui si è voluto cominciare in uno stile
un po’ diverso:
fatto di povertà,
vicinanza alla gente, condivisione totale.
Grazie anche
alle idee chiare di padre Armando, il pioniere…

È vero: non si può conoscere un paese in soli 10 giorni di permanenza! Anche il mio (Canada) non lo conosco perfettamente, pur essendoci nato da oltre 50 anni. Tuttavia, in poco più di una settimana, si colgono tantissime impressioni e a tutti si possono domandare parecchie informazioni. Ecco, allora, qualche impressione del mio viaggio.
Ma, prima di tutto, dove si trova la Costa d’Avorio? Naturalmente in Africa Occidentale, cioè la parte ovest del continente nero che si protende verso le Americhe e che, a sud del Sahara, va dal Senegal al Cameroun. Con una costa di 550 chilometri, il paese tocca l’Oceano Atlantico, che qui prende il nome di golfo di Guinea. E non è ancora una regione desertica, pur essendo vicino al Mali e al Burkina Faso.
Lungo l’oceano, c’è una zona forestale dove abbondano le grandi piantagioni di hevea (per la gomma), palme (per produrre olio), cacao (per fare cioccolato) e cotone; poi, più si sale verso nord, la vegetazione si impoverisce, senza mai diventare però un deserto.
La Costa d’Avorio è tra i massimi produttori mondiali di caffè, cacao e olio di palma. L’85% della popolazione vive di agricoltura. Il quarto delle entrate viene dall’industria (soprattutto alimentare), dal legno e prodotti tessili. Un tempo era ricca di elefanti: da cui il nome dato al paese. Il reddito per abitante supera i 1.600 dollari l’anno, ma gran parte delle risorse finiscono nelle tasche di compagnie estere.
Il paese ha accolto e accoglie ancora una grande popolazione straniera, soprattutto provenienti dal Burkina. I quasi 15 milioni di abitanti si suddividono in più di 100 etnie differenti, la metà dei quali ha meno di 20 anni.
I portoghesi vi erano sbarcati lungo la costa nel 1469, cioè 23 anni prima della scoperta dell’America e, solo un secolo più tardi, il traffico degli schiavi era diventato in questi luoghi particolarmente intenso. Non dimentichiamo che la vicina Liberia è un paese fondato da schiavi neri, rientrati dagli Stati Uniti dopo essere stati liberati.
È la Francia che ereditò questo paese come colonia nel 1893. La Costa d’Avorio divenne indipendente nel 1958, grazie soprattutto all’azione del suo primo presidente, Felix Houphouet Boigny.
E la chiesa? Alcune missioni cattoliche erano già state installate nel 17° secolo, ma senza futuro. È solo con la colonizzazione francese che la vera evangelizzazione poté prendere il via. Attualmente i cattolici sono circa il 15% della popolazione, distribuiti in 14 diocesi.
gli inizi
Padre Armando Olaya, di origine colombiana, è il pioniere dei missionari della Consolata in Costa d’Avorio. Vi è arrivato il 22 dicembre 1996 e, tre mesi più tardi, si installava nella parrocchia di San Pedro con due altri missionari: i padri Manolo Grau e Andrés Garcia, spagnoli. Quasi subito il vescovo lo nominava parroco della cattedrale.
I missionari non arrivano tutti con un piano ben preciso del loro futuro lavoro; ma non è stato così per Armando. A questo l’avevano preparato le sue origini sudamericane (con la teologia della liberazione), ma anche la sua specializzazione in scienze bibliche a Roma e il suo lavoro, di qualche anno, presso gli indios colombiani.
Ciò che ha profondamente ispirato il giovane missionario è lo stesso programma che Gesù si era dato in uno dei suoi primi discorsi. A Nazaret, in giorno di sabato, Gesù aveva preso la bibbia, leggendo un passaggio del profeta Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me, poiché mi ha consacrato con l’unzione, per annunziare ai poveri la buona novella. Mi ha mandato a proclamare la liberazione ai prigionieri e ai ciechi la vista; mandare gli oppressi in libertà e proclamare un anno di grazia del Signore» (Lc 4, 16-19).
Armando si è sentito inviato ai poveri e, per lui, il cuore dell’evangelizzazione è l’annuncio della buona notizia di Gesù ai poveri, trovati nelle bindovilles di Bardot.
Ma, per padre Armando, essere missionario non è solo proclamare il vangelo ai poveri, bensì accettare di essere anch’egli evangelizzato da loro. Questi sono il modello perfetto di vita evangelica. Certo i poveri non sono santi, ma è in loro che noi ritroviamo il volto più vero di Gesù, perché lui stesso ci ha insegnato: «Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me».
Un altro missionario mi ha raccontato la reazione di padre Armando il giorno in cui gli avevano rubato la macchina, in piena bidonville. Per lui il ladro non poteva essere un povero, perché una simile «ingordigia» dei beni non è concepibile nel cuore di un vero povero!
una comunità fratea
Molti missionari si sentono inviati ai poveri e lavorano molto per loro: per sollevarli dalla miseria, portare un po’ di consolazione e speranza… Padre Armando non ha voluto però adottare questa strategia missionaria e costantemente ripete: «Noi non siamo qui per i poveri, ma siamo qui con i poveri».
E quando dice «con i poveri», vuol semplicemente dire «come i poveri». Non è colui che sa di fronte agli ignoranti, ma desidera camminare con loro verso la verità; non è chi ha sempre tutte le soluzioni per la gente, ma vuole avanzare insieme verso migliori condizioni di vita; non è nemmeno il benefattore dei miseri che non possiedono nulla, ma con loro vuol lavorare perché tutte e tutti abbiano una vita migliore.
Durante una riunione con i leaders della comunità, l’ho inteso dire: «Quello che noi vogliamo qui, nella parrocchia di San Pedro, non è una comunità ricca, ma una comunità fratea».
E per lui non sono parole vuote: con i suoi compagni si è installato nel cuore della bidonville, in una modestissima casetta di legno, senza elettricità, né acqua corrente. Vive in mezzo ai suoi poveri che, per sopravvivere, devono sgobbare tutte le ore; di conseguenza, attorno alla «canonica», c’è confusione fino alle ore piccole del mattino.
Perfino un missionario di origine africana ha confessato di avere dei problemi a risiedere a Bardot, proprio a causa di questo continuo rumore. E, la maggior parte delle volte, Armando preferisce spostarsi nel quartiere a piedi, come tutti.
Quando si osservano le nostre chiese europee e nordamericane, si ha l’impressione che non siano ricche solo di grandi edifici, ma anche di centinaia di istituzioni che hanno contribuito alla vita delle nazioni. Eppure i fedeli diminuiscono e un senso di scoraggiamento pervade un po’ tutti.
Padre Armando, come molti giovani e molti giovani missionari, non vuole correre questo rischio: non si fida di tutto ciò che sa di istituzione, mezzi sofisticati, grandi strutture… Quando si vive con i poveri bisogna accettare la provvisorietà, essere disposti a cambiare i propri piani di azione, rassegnarsi a tanti imprevisti.
Armando esita molto a costruire case di mattoni; per lui la vera chiesa non è fatta di pietre o cemento, nemmeno di organizzazione o movimenti, ma è l’assemblea dei discepoli del vangelo, di coloro che vivono come Gesù di Nazaret.
un pozzo per conoscersi
Un bell’esempio della sua strategia è certamente il pozzo che ha fatto scavare nel cortile, accanto alla chiesa. Non conosco altri missionari che abbiano fatto la stessa cosa; in genere coprono il pozzo e portano l’acqua corrente in casa. Armando non ha fatto così.
Il pozzo è in un cortile aperto a tutti e «il parroco» invita vicini e vicine a venire per attingere acqua. Non è forse una buona occasione per conoscerli? Per conoscersi gli uni gli altri e intavolare così un discorso di salvezza, come lo stesso Gesù ha fatto con la donna samaritana al pozzo di Giacobbe?
Ma c’è un prezzo: il cortile della casa è continuamente pieno di gente, dal mattino alla sera. E per i missionari la privacy è semplicemente un sogno. Ma anche questo vuol dire stare con i poveri.

Jean Parè