OCEANIAChiesa in alto mare

Si è svolto a Roma, dal 22 novembre al 12 dicembre
1998, il primo Sinodo dei vescovi per l’Oceania.
Le giovani chiese del continente continuano l’opera
di evangelizzazione e promozione umana
tra innumerevoli sfide: isolamento geografico,
complessità dell’ambiente multiculturale e
multireligioso, confusione provocata dal pullulare
delle sètte fondamentaliste, diversità delle condizioni
socioeconomiche delle popolazioni e scarsità di aiuti.
Un insieme di chiese sorelle che chiede solidarietà.

Non è facile rintracciare sull’atlante la diocesi di mons. Guy Chevalier, Taiohae o Tafenuaenata, nella Polinesia francese. «Vescovo nelle Marchesi – spiega -, a 1.500 km dal più vicino confratello vescovo. Sono abituato a un certo isolamento. Ma c’è un isolamento molto più serio: quello delle piccole comunità cattoliche (isole, villaggi o regioni) che, per la loro collocazione geografica e l’esiguo numero di abitanti, sono abituate a vivere senza sacerdote».
Ancora più problematico scorgere le isole Cook, «molto piccole e isolate, sparse in 240 chilometri quadrati di oceano». Viene da dire: povera chiesa universale, rintracciabile solo con la lente d’ingrandimento!
UNA CHIESA GALLEGGIANTE
Al Sinodo dell’Oceania un vescovo inizia il suo intervento scusandosi di non essere un teologo, ma aggiustatore di motori. C’è da capirlo: quando il fuoribordo va in tilt, non c’è nessuno che lo ripari all’infuori di lui; l’evangelizzazione tira i remi in barca. In Oceania l’attività missionaria non si misura in passi o a chilometri, ma a ore di navigazione. Che la geografia non abbia nulla a che vedere con l’evangelizzazione è opinione da dilettanti.
Le chiese d’Africa, America e Asia, di cui si sono celebrati i sinodi, hanno in comune la terraferma, che consente loro di stabilire i punti di partenza e arrivo, di misurare le distanze prima di spiccare il volo. I popoli continentali hanno qualche goccia di sangue in comune nelle vene. L’Oceania, al contrario, galleggia sugli oceani, dando la sensazione di una piattaforma sballottata dai flutti e senza meta fissa. I suoi popoli vengono da mondi ignoti e migrano verso altri altrettanto sconosciuti.
Anche l’Australia, Nuova Zelanda e Papua Nuova Guinea, pur così immense, fanno parte di quel mondo sparso, che si staglia contro il fondo verde mare, sul quale la missione naviga da due o tre secoli e ha avuto impulso con l’arrivo dei missionari dei Sacri cuori, maristi e Pime: una missione consacrata dal sacrificio di Damiano di Molokai, Pietro Chanel, Giovanni Mazzucconi, Peter To Rot, Mary Mckillop e altri santi e beati.
Un terzo della superficie terrestre ospita poco più di 30 milioni di abitanti; 700 i linguaggi soltanto in Papua Nuova Guinea. A rappresentare questa chiesa non sono stati scelti, come per gli altri sinodi, dei delegati: l’invito è stato rivolto a tutti. Hanno risposto 37 vescovi dell’Australia, 10 della Nuova Zelanda, 19 di Papua Nuova Guinea e Isole Salomone, 15 del Cepac (Conferenza episcopale del Pacifico), comprendente le isole minori come Samoa, Tahiti, Fiji, Nuova Caledonia, Guam, Wallis e Futuna, Kiribati, Marianne, Cook, Vanuatu ecc. Ognuno con il suo carico di problemi e soluzioni mancate.
UN SINODO TUTTO DIVERSO
Di strettamente episcopale c’è in essi la croce, che deve essere pesante e faticosa da portare. Si recano a gruppi verso la sala del sinodo, dondolando le loro cartelle come vecchi compagni di scuola, conversando in inglese con accento coloniale americanizzato che li accomuna, in francese e tedesco. Ne riconosci la provenienza dai nomi: Collins, Gerry, Baes, Loft, Reichert, Kurtz, Chevalier ecc. Non manca l’italiano, anzi il veneziano: è mons. Cesare Bonivento del Pime, vescovo di Vanimo in Papua Nuova Guinea, accompagnato dal giovane assistente indiano, padre Joseph Mathai Pullanappillil. Vengono poi i capi dicastero, i membri di nomina pontificia, esperti, auditori e auditrici.
Tra queste spicca la signora Elsie Heiss, della «nazione aborigena dei wirandjuri», alta, bruna, vestita all’occidentale, con un accento inglese da intellettuale e un leggero tocco di stravaganza che la rende distinguibile a prima vista. È addetta all’ufficio per la Pastorale degli aborigeni nel settore della sanità dell’arcidiocesi di Sydney.
Sono abbastanza numerosi gli aborigeni: circa 400 mila solo in Sydney e quasi altrettanti nella diocesi di Parramatta, suffraganea di Sydney; ma per l’opinione pubblica australiana essi non supererebbero i 300 mila. Sono state abolite le riserve, monumenti eretti dalla discriminazione razziale: dal 1948 gli aborigeni hanno cominciato a essere accolti, a gruppi scelti, nelle scuole cattoliche e in quelle pubbliche. Ma nella chiesa stentano a farsi strada: non ci sono ancora sacerdoti aborigeni, soltanto qualche diacono. «Vorrei dire ai vescovi e cardinali di aprire le porte anche alla mia gente – afferma Elsie -, perché possano diventare sacerdoti. Ne abbiamo bisogno come gli altri».
Il problema aborigeno è affiorato più volte nel sinodo, mentre la signora Heiss ha fatto un intervento di grande ispirazione: «Poiché l’inculturazione – ha detto fra l’altro – rappresenta un termine accettabile per la nostra comunità ecclesiale, noi portiamo alla chiesa i nostri valori spirituali e culturali, che possono contribuire ulteriormente all’arricchimento delle comunità cristiane».
OGNI CHIESA È UN’ISOLA
Il sinodo apre i suoi lavori su «Gesù Cristo e i popoli dell’Oceania» con una panoramica d’insieme esposta all’assemblea dal relatore generale, mons. James Hichey, arcivescovo di Perth in #Australia. Prima di dare lettura della relazione, assicura i presenti che è stata commissionata una mappa della chiesa in Oceania per facilitare la comprensione degli interventi a tutti i partecipanti, compresi gli addetti all’informazione; che è quanto dire: appartenere alla chiesa d’Oceania non significa conoscere tutte le chiese della Melanesia, Micronesia, Polinesia, Australia, Nuova Zelanda e Papua Nuova Guinea, ma cercare in tutti i modi di avvicinare i popoli e le comunità accorciando le distanze che finora li hanno tenuti separati.
La missione, da quando è esistita, ha sempre avuto a che fare con linguaggi e culture, ma qui si è aggiunta un’altra barriera: quella delle distanze. «Navi, battelli, canoe e aerei – dice il relatore – in Oceania sono sempre stati più importanti che automobili e treni». Forse è racchiusa, in questa espressione ovvia, la chiave per comprendere la natura dell’evangelizzazione in Oceania, dove rari sono contatti e scambi, perché qui ogni uomo è un’isola. Non si è mai parlato di distanze nei precedenti capitoli, neppure in quello dell’Asia dove, presumibilmente, il problema esiste, ma su terra ferma.
I temi focalizzati ritornano nelle assemblee e nei lavori di gruppo, che si sono svolti dal 22 novembre al 12 dicembre. A ognuno il compito di metterli sul tavolo in modo comprensibile e condivisibile da tutti.
SFIDE DI CULTURE E SÈTTE
In questa comunità di intenti e nella fede partecipata si riconosce la chiesa di oltre mezzo mondo, rappresentata da un pugno di uomini e di donne. Ritorna con martellante insistenza il tema dell’incontro del vangelo con la cultura, che non avviene in modo indolore, perché ogni penetrazione del vangelo cambia pensiero e vita. Il prefetto apostolico delle isole Marshall, il gesuita C. Gould, invita alla sfida, «laddove la cultura dominante sembra contraria al vangelo e al modo di vivere cristiano».
L’intento è buono, ma la comunità è troppo fragile per resistere alle sollecitazioni della tradizione e delle novità. A volte stravolge il senso del vangelo e ne ricava soluzioni deformanti, come le sètte. Sono queste un fenomeno deviante che non risparmia nessun angolo dell’Oceania. Alcune sono importate, altre di origine locale. «Nelle Samoa americane – dice mons. Quinn, vescovo di Samoa-Pago Pago – gruppi religiosi a tendenza fondamentalista fanno riferimento a comunità religiose della “corrente principale”, sia protestante che cattolica, e attraggono persone di ogni età, grazie allo stile accattivante, compartecipazione, musica e finanziamenti esteri». Preoccupa i vescovi la divisione che le sètte operano in alcuni villaggi, mettendo a nudo «il punto debole del cattolicesimo»; come preoccupa il crescente numero di matrimoni misti e separazioni che ne conseguono.
E qui viene messo in causa il Codice di diritto canonico del 1983: a giudizio di mons. Boyle, vescovo di Donedin (Nuova Zelanda), esso lega le mani a vescovi e sacerdoti più di quello del 1917, al punto che ciò che era permesso prima è vietato oggi, e viceversa. È permesso solo ciò che dice il Codice. Questo criterio, a giudizio del presule e di altri, oltre che creare confusione nei sacerdoti, determina una fuga dalla chiesa a tutto vantaggio delle sètte.
«Talora – annota mons. Lolesio Fuahea, vescovo locale di Wallis Futuna – le sètte sono dei circoli chiusi, formati da gente influente, che cercano di dominare il paese e la chiesa». In Papua Nuova Guinea molte sètte deriverebbero dalla cosiddetta cargo mentality, che intende entrare in possesso dei beni che gli europei hanno sottratto con l’astuzia, facendo uso degli stessi metodi.
LOTTA ALL’IGNORANZA
Il proliferare delle sètte viene attribuito specialmente all’ignoranza religiosa dilagante ovunque. Le scuole cattoliche, che formavano la base per una evangelizzazione intelligente e cosciente, danno segni di cedimento e laicismo. L’allarme sale da più parti. Il vescovo autoctono di Suva nelle Fiji, Petero Macata, teme per il futuro della scuola, a motivo del dilagare dei «nuovi gruppi religiosi (sètte), che offrono un consistente supporto finanziario per colpire i cattolici di spicco proprio nell’istruzione dei loro figli. Soldi per i pesci grossi… Speriamo di poter conservare le nostre scuole». Nel caso contrario, la chiesa perderebbe la base più importante della sua evangelizzazione, che aveva di mira la formazione di un laicato efficiente e responsabile.
Al problema della scuola è direttamente legato quello della formazione dei catechisti e, soprattutto, dei sacerdoti. «Il numero delle vocazioni locali – ammette il card. Tomko – aumenta con buon ritmo, anche se insufficiente». Più esplicito mons. Cesare Bonivento della Papua Nuova Guinea, per il quale il problema non sta solo nella quantità e qualità dei candidati, ma anche nell’impegno dimostrato dai pastori. «Se ci impegneremo poco in questa direzione – avverte – daremo sempre l’impressione che la nostra chiesa è riluttante a diventare chiesa locale».
Molti altri i problemi studiati e dibattuti: comunione e dialogo; diritti umani e insegnamento sociale della chiesa; problema dei sacerdoti soli, dei diaconi sposati, dei catechisti facenti funzione di preti, di comunità rimaste senza eucaristia sei mesi all’anno.
C’è soprattutto un senso di impotenza, a partire dai vescovi stessi, i quali si sentono incapaci di intervenire, perché privi dei collegamenti necessari, non esclusi quelli finanziari. Qualcuno ha espresso la propria «preoccupazione per il fatto che i criteri delle agenzie di benefattori, specialmente quelle cattoliche, possono essere diversi da quelli delle nostre aree in via di sviluppo. Si spera che i criteri di donazione non escludano i bisogni delle chiese particolari in Oceania o in qualunque altro posto».
Un appello alla solidarietà mondiale perché non distingua tra poveri in macchina e poveri in canoa.

Giovanni Tebaldi