DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

DOSSIER GIUDIZI E PREGIUDZISotto tutte le latitudini

PAGINE BIANCHE
Bellaria (RN), 13 settembre 1998. Al termine del Convegno missionario nazionale, il vescovo Renato Corti esortava a leggere «il libro delle missioni», per conoscere ciò che molti fratelli compiono per il vangelo, a servizio dell’uomo.
«Il libro delle missioni» è gli Atti degli apostoli. Un libro speciale, perché incompiuto, con tante pagine bianche messe a disposizione di chi voglia raccontare la sua fede in Colui che si è fatto uomo, ha patito, è morto e ora resta con noi sino alla fine dei tempi. Molte di queste pagine sono state riempite dai missionari e missionarie della Consolata: costituiscono la rivista Missioni Consolata, giunta alla bella età di 100 anni.

o C’era una volta
L’intuizione (100 anni fa davvero anticipatrice) fu del beato Giuseppe Allamano e del suo geniale collaboratore Giacomo Camisassa. Nel gennaio 1899 fondarono a Torino il mensile La Consolata, organo dell’omonimo santuario, di cui erano rispettivamente rettore e vicerettore.
L’Istituto Missioni Consolata (il capolavoro dei due preti torinesi) era ancora in gestazione, ma già se ne intravvedevano le premesse. Il periodico, infatti, si proponeva di informare sulla devozione alla Vergine Consolata: in Piemonte, specialmente, dove esistevano chiese e cappelle che portavano il suo nome. «Daremo notizie (anche) – scriveva il mensile – sulla devozione alla Consolata nel resto d’Italia, in Francia, Inghilterra e nelle Americhe dove i nostri emigrati portano questo tesoro di pietà e di speranza» (La Consolata, numero 1, 1899).
Questa apertura al mondo si ampliò grandemente con la fondazione dell’istituto missionario. La rivista seguirà il cammino dei missionari della Consolata, fino a occupare la maggior parte delle pagine d’ogni numero. Attraverso testimonianze e reportages, i lettori saranno coinvolti nell’opera missionaria: attratti dall’Africa, dai suoi popoli, dai loro usi e costumi, dalla cultura e religione.

o IL PONTE SPECIALE
Dopo la morte del beato Allamano (1926), data la crescita dell’istituto, si giunse ad una opportuna distinzione. La Consolata si trasformò in due pubblicazioni:
Il santuario della Consolata
e Missioni Consolata.
Ognuna si rivolgeva al proprio campo d’azione. Tuttavia la comune origine contagerà sempre ambedue i giornali e manifesterà il valore del legame tra la Consolata e la missione.
I missionari saranno un «ponte»: porteranno nel mondo la Consolata e, con lei, la fede ricevuta nei paesi di origine, e a questi faranno conoscere i popoli presso i quali operano.
L’Allamano comprese l’importanza dell’informazione che crea scambio, stima e solidarietà: e, fatto significativo per quei tempi, presentò l’abbonamento alla rivista come un mezzo per «aiutare le missioni». Foì i missionari di penna e macchina fotografica, per riprendere e comunicare ciò che incontravano. A ognuno chiedeva notizie sulla salute, le impressioni di viaggio, le difficoltà, l’andamento della missione. E ancora: informazioni sui costumi locali, la geografia, l’etnografia, la storia naturale, nonché conversazioni, detti e proverbi della gente.
L’Allamano aggiungeva: «Mi è impossibile enumerare ciò che dovete dire: vi basti ricordare ciò che fanno le cronache dei giornali e le minute descrizioni che danno dei fatti che succedono».

o UN OCCHIO BENEVOLO
Missioni Consolata, «il libro delle missioni», ha fatto conoscere le genti. Questo non tanto per soddisfare la curiosità dei lettori, ma per farli crescere nell’apprezzamento dei popoli. Non era poco in un tempo di colonialismo, con il senso di superiorità dell’occidente (italiani non esclusi) sul resto del mondo.
E non è poco oggi. C’è bisogno di uscire dai pregiudizi che impediscono la convivenza tra persone e gruppi di cultura diversa.
Fin dall’inizio la rivista ha presentato in modo positivo i popoli presso i quali i missionari lavoravano. I galla (oromo) dell’Etiopia, ad esempio, sono descritti: «gente di carattere schietto, portamento dignitoso e ospitale con lo straniero, facile alla compassione, energicamente fiera, di mente pronta e sveglia». Così i kikuyu, definiti «bella razza, valenti fabbri; sotto la pelle nera hanno un cuore buono e sentire delicato».
I missionari hanno proseguito nella linea tracciata dal fondatore e, nell’arco di 100 anni, la loro rivista ha passato in rassegna i popoli: la loro storia, il sofferto cammino per l’indipendenza, lo sviluppo e la cultura.
Nello stesso tempo i missionari hanno narrato il cammino del vangelo: la nascita e crescita di nuove chiese, frutto della loro evangelizzazione, fino alla maturazione. Anche in questo le indicazioni dell’Allamano erano precise: «Riferire in qual modo accolgono le vostre parole, quali impressioni fanno su di essi; le interrogazioni e obiezioni che vi fanno sulle verità della fede, come accolgono gli insegnamenti religiosi che avete loro fatto».

o FELICI ANCHE IN TERRA
L’Allamano mirava all’«elevazione» dei popoli, per renderli artefici del loro benessere. Il principio ispiratore era: lavorare alla conversione al vangelo, promuovendo lo sviluppo sociale. «Fateli felici anche in terra» ripeteva ai missionari. Una felicità frutto di fede, maturità, responsabilità, lavoro.
Il vangelo è promozione, soprattutto dei poveri e degli indifesi, di coloro ai quali vengano negati i diritti fondamentali.
L’Allamano mandò i missionari a portare «consolazione», che si traduce in presenza, solidarietà, impegno per la giustizia e la pace, sviluppo e liberazione. Questo avviene anzitutto con l’annuncio del vangelo, che suscita il senso di dignità in ogni figlio di Dio, aiuta a «essere di più» anche se «si ha di meno». Ogni popolo ha la capacità di assumere le proprie responsabilità.
L’attenzione all’umano era una caratteristica dell’Allamano, manifestata in ogni ambiente in cui operava. Aveva un atteggiamento che il biografo, Domenico Agasso, ha espresso con «immersione». A Torino era ricercato per l’acutezza delle analisi e la sicurezza dei consigli, perché sapeva immedesimarsi nelle situazioni e farle sue.
Lo stesso fece con l’Africa lontana e a lui sconosciuta. Imparò a conoscerla dai missionari: e pervenne a una comprensione dei problemi con la sicurezza di chi si è preparato con anni di ricerca specifica, proprio perché vi si «immergeva».
L’Allamano è l’uomo della missione modea, con una straordinaria capacità di vivere le situazioni lontane, senza tuttavia muoversi dalla sua terra… «sempre ruminando i problemi di casa sua e dell’Africa» (Agasso).

o IN FESTA
In questo stile è stato celebrato il centenario di Missioni Consolata, che il 24 ottobre 1998 ha riunito a Torino personalità di spicco per discutere un tema di attualità:
Il sud del mondo fra giudizi e pregiudizi.
Ne è scaturito un convegno di alto livello culturale, secondo l’indirizzo che la rivista ha sempre cercato di avere.
La festa è stata pure un’occasione per ricordare chi ha profuso con professionalità le migliori energie nella redazione della rivista: Giacomo Camisassa, Filippo Perlo, ecc. Senza scordare gli ultimi direttori e redattori: sono missionari che lavorano al computer e navigano in internet, affiancati da laici competenti e appassionati.
Anche la loro è «missione», perché diffonde l’amore ai popoli, sollecita solidarietà, crea amicizia. Sotto tutte le latitudini.
p. Gottardo Pasqualetti
superiore dei missionari della Consolata
in Italia

Francesco Beardi