Rivista Missioni Consolata – 120 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

ETIOPIA – Ibrahim… va bene?

Periferia della grande città, in Etiopia.
Un missionario e una bambina musulmana.
Povertà, sofferenza e tanta semplicità.
Una piccola storia. E una domanda.
Che vale un discorso.
Nulla è impossibile per chi sa guardare gli altri
in modo diverso, con simpatia e amore.
È il succo di questa piccola vicenda: una delle tante
che costellano ancora (per fortuna!) il nostro mondo.

Questa è una storia della periferia di Addis Abeba, capitale d’Etiopia. Non è uno studio sociologico, né una tesi universitaria o una raccolta di dati statistici, come ci si aspetterebbe quando si parla di ambienti molto poveri. È invece una cosa molto più semplice. Se mi si permette un paragone, può essere quello della differenza tra un trattato di teologia e i «fioretti di san Francesco»; questi ultimi, nella loro semplicità, contengono tanta fede vissuta.
In questa periferia, ad essere sinceri, non manca qualche opera modea, scuola e fabbrica. Si incontrano anche tutte le culture e fedi religiose, che fanno dell’Etiopia un caleidoscopio di popoli e nazioni. In particolare si ritrovano nomi cristiani e musulmani, le due fedi più diffuse in Etiopia.
Giamìla, ad esempio, è una bambina di famiglia musulmana, di 11 anni, figlia di un handicappato e frequenta, insieme a centinaia di altri bambini, la scuola di Makanissa, situata alla periferia della città. Segue la quarta elementare.
Nella zona di Makanissa vivono, abitando sotto le tende, diverse migliaia di rifugiati della guerra di Eritrea, finita pochi anni fa e, purtroppo, ricominciata nei mesi scorsi. Molte delle tende che furono assegnate inizialmente ai rifugiati come riparo, complici un po’ di paglia e fango reperibili sul posto, si sono trasformate in costruzioni permanenti; cioè in piccole capanne e case, mentre la tenda servirà a coprire il tetto durante le piogge.
Lì vicino, una fabbrica di vini e liquori, iniziata da un greco ai tempi dell’imperatore Hailé Selassié. E pure una fabbrica di ombrelli, dove lavorano molti handicappati, tra cui il papà di Giamìla. Essendo musulmana, la si può distinguere per lo shas (velo) bianco, molto ben curato, che porta sul capo.
I suoi fratellini portano, specie nei giorni festivi, un copricapo rotondo detto «qob». Alla scuola elementare di Makanissa c’è una uniforme ufficiale di colore verde scuro, ma non ci sono per i bambini problemi speciali di copricapo, proibiti o permessi.

Tutti sanno che l’Etiopia è un paese di tradizione cristiana antichissima, che data dai tempi del regno di Axum (IV secolo). L’ultimo censimento della popolazione del 1994 dava un 53,7% di cristiani-ortodossi e 28,7% musulmani. Ci furono in passato, specie al tempo di «Gragn», famoso condottiero del XVI secolo, guerre tra i due gruppi, ma la nazione ha anche avuto lunghi periodi di convivenza pacifica tra le due comunità.
La prima volta che vidi Giamìla, tornava a casa dalla scuola insieme ad una sua compagna, Meqdès, di famiglia cattolica, che frequenta la quinta elementare. I cattolici sono inferiori all’1% della popolazione.
Il papà di Meqdès, che si chiama Tamru – cioè miracolo – frequenta la cappella della Consolata e altre volte va alla parrocchia in città. La famiglia Meqdès è, al presente, una delle poche famiglie cattoliche della zona, dato che la maggior parte dei giovani e bambini che vengono all’oratorio e alla nostra cappella, provengono dall’ambiente ortodosso. Il nome «Meqdès» è cristiano: il verbo «qeddese» in amarico significa «consacrare», celebrare la santa messa, mentre «Biete Meqdès» vuol dire santuario e «Meqdès» è anche il «santo dei santi», cioè la parte più intea di una chiesa ortodossa, dove si celebra appunto l’eucaristia. Quel giorno, proveniente dalla città dopo le spese della casa-procura, mentre attraversavo la zona di Makanissa, vidi i bambini che uscivano da scuola. Fermai la macchina per caricare Meqdès, che frequenta il nostro oratorio da diversi anni.
Ma dovetti far chiudere subito la porta dell’auto (un camioncino Toyota) per evitare che gli altri scolari saltassero tutti sulla macchina: con il patema d’animo, inoltre, di vedere ancora qualcuno salire o cadere dal cassone del camioncino. Rimpiangevo di non possedere un’auto chiusa, come quelle da città. Debbo dire che il traffico ad Addis Abeba, pure disordinato, è molto più lento e non così «spietato» come nelle nostre città italiane; per cui gli incidenti di solito sono meno gravi.
Rimesso in moto il camioncino, chiesi a Meqdès chi fosse quella bambina islamica che era con lei. Sbagliò e mi disse «Momìna», un altro nome usato in ambiente musulmano. Allora pensai che potevo dare un passaggio in macchina anche a Momìna; volevo non favorire esclusivamente chi frequenta la nostra chiesa.
Fermai la macchina più avanti, fino a che Momìna-Giamìla arrivò e salì. Imparai così che abitava proprio di fronte al nostro «compound», una delle prime case dopo il campo dei rifugiati, con un piccolo terreno davanti a casa, dove cresce il mais: il che è un lusso per chi abita in città.
Dato che i bambini, quando si ferma una macchina, cercano tutti di salire, la volta seguente Giamìla escogitò un trucco (guarderò se è scritto nel corano): incominciò a correre, correre lungo l’affollata strada di Makanissa. C’è gente che va e torna dal mercato, scolari che escono da scuola, veicoli di tutti i generi, asinelli carichi di derrate, talvolta anche mucche e pecore. Cosicché, questa volta, gli altri scolari rimasero un po’ distaccati e a Giamìla bastò quel momento di incertezza per fare in tempo a saltare sulla macchina. Aveva imparato bene a chiudere la portiera dell’auto, senza sbatterla e far saltare la molla della maniglia.
«Come si chiama tuo padre?» le chiesi. «Ibrahim… va bene?» rispose timidamente con un’altra domanda.
Suo padre è handicappato, l’ho visto diverse volte sulla strada. Cammina a stento, si trascina lentissimo col bastone, la schiena curva, la testa completamente ripiegata in avanti. Quando è per strada, non puoi non distinguerlo in mezzo alla gente. Ora Giamìla mi chiede «se va bene» che suo padre si chiami Ibrahim, cioè se è un nome giusto, un nome bello. Evidentemente mi crede una persona molto istruita: guido la macchina e, di fatto, ho avuto dei bravi genitori che mi hanno mandato a scuola e perfino alle superiori, che Giamìla difficilmente potrà frequentare.
Eppure, di fronte a una domanda così, presentata con semplicità, che riguarda chi è stato favorito molto meno di me dalla sorte, sembra che tutta la mia cultura crolli. Non so cosa rispondere, non trovo le parole adatte.

La risposta al quesito, a conclusione di una storia che chiamerei un «fioretto», la lascio quindi ai lettori: persone istruite, gente che ha studiato. Come si aspettano Giamìla e Meqdès.

Vincenzo Clerici